Le migrazioni che interessarono le genti
dell' Italia centrale trovano fondamento storico nelle
Tavole Eugubine.
In esse apprendiamo che dieci furono le genti che vi parteciparono tra i quali
i Claverni, a cui si fa risalire il nome di Chiaserna, e nel loro
insieme presero il nome di Ikuvini o Ijovini perché consacrate
a Giove.
Preso possesso delle nuove terre le genti
crebbero in numero e potenza e per meglio usare il vasto
territorio si divisero in gruppi minori o «tekvias».
Ogni tekvia costruì le proprie dimore accanto ai pascoli e sorgenti che
possedeva. Nella toponomastica dei luoghi attuali è spesso ricorrente il termine
«Tekvia»: a Cantiano per esempio abbiamo «Tecchie» nei pressi
si Serra Maggio e «Tecchie» alle pendici del M. Petria sopra Pontericcioli;
si indica inoltre con «tecchia» una parte di un tutto.
Ma c'è di più. Ogni tekvia era formata da
dodici famiglie e nel loro complesso costituivano la «tota» intesa
come «Stato» o meglio «Collettivita'». Le
tekvie tramite cinque membri formavano un' Assemblea che
provvedeva agli affari interessanti la Collettivita'. Accanto ad
essa vi era il Collegio sacerdotale costituito da dodici membri
i quali effettuavano le adunanze presso l' Ocre, «Ukre», dove
erano gli edifici sacri.
La divisione della collettivita' in
famiglie e la ricorrenza del numero dodici si ritrova, forse non
casualmente, nell' Universita' Agraria di Chiaserna (Universita'
intesa come collegialita', collettivita') dove dodici sono le
famiglie originarie.
Non solo Ser Gaspare Ricci in «Memorie
scritte di Cantiano» riporta la tradizione che i capostipiti
delle dodici famiglie formanti l' Universita' Agraria di
Chiaserna «erano altrettanti sacerdoti che custodivano e
officiavano il Tempio di Giove Appennino che sorgeva nel culmine
di Chiaserna Maggione, ora Ara di San Maffeo». Tale
testimonianza è datata prima meta' del XVI secolo periodo nel
quale Gaspare Ricci da Cantiano è vissuto.
Studi più approfonditi e successivi hanno poi
definitivamente individuato nelle immediate vicinanze dell' attuale
"Ponte a Botte" lungo la strada che conduce da Pontericcioli a Scheggia
la sede del Tempio di Giove Appennino.
Ma torniamo agli Ikuvini: la difesa dello
Stato era affidata agli uomini più validi distinti in principi,
ossia veterani, ed in giovani che si adunavano all' occorrenza
in una localita' stabilita schierandosi per centurie, «katera».
La localita' era forse la cima del Monte
Catria, il cui nome potrebbe derivare proprio da «kateria».
Che il Catria fosse un luogo prescelto lo si deduce dal fatto
che gli Ikuvini vi convennero in tempi arcaici e vi adorarono
Giove Grabovio. Si può pensare che sulla cima di detto monte
fosse collocato il cippo di confine tra gli italici del versante
adriatico e gli umbri al di qua dei monti, prima dell'
emigrazione. I galli giunti lassù in epoca posteriore,
sostituirono il cippo che gli Ikuvini avevano posto in luogo di
quello umbro, con un' ara consacrata ad un loro dio del quale, in
occasione del collocamento di una grande croce di ferro su
quella vetta, si rinvenne il simulacro.
Il IV secolo a.C. fu per queste popolazioni
il periodo di maggior splendore. Successivamente col prevalere
di Roma sui Galli e sugli Etruschi anche le popolazioni umbre
subirono l' influenza romana.
Toccò a Caio Flaminio suggellare nel 219
a.C. la presenza romana tra le genti del nostro Appennino
collegando Roma a Rimini attraverso quell' arteria validissima
che dal suo nome fu detta Flaminia.
Ciò segnò definitivamente l' assetto della
«Tota» e il passaggio definitivo alla citta'-stato.
Circa l'anno dei loro rinvenimento non si hanno notizie
sicure. Esiste un solo documento sicuramente certo inerente alle Tavole Eugubine.
Da questo atto, intitolato "Emptio certarum tabularum eburnearum facta per
Comune a Paulo Sclavo" apprendiamo che furono cedute al Comune di Gubbio da
Paulus Greghori de Sig.a a nome proprio e in rappresentanza di Presentina, figlia
dei fu Francesco Vici Maggi, e di Angela, sua moglie. L'atto di cessione, registrato
nelle Riformanze di Gubbio dal cancelliere ser Guererius ser Silvestri Angelelli
Manni de Campionibus porta la data 25 agosto 1456.
In cambio di queste 7 Tavole di bronzo, il Comune di Gubbio
cedeva per due anni i proventi della Gabella sui Monti e Pascoli (circa 40 fiorini d'oro)
con inizio 1° gennaio 1457. Queste famose Tavole Eugubine, disposte in un determinato
ordine successivo, codificato, sono conservate nel Museo Civico di Gubbio.
Esse hanno le
seguenti dimensioni:
la I cm. 66 x 39
la II cm. 64 x 39
la III cm. 40x28
la IV cm. 40x28
la V cm. 47 x 35
la VI cm. 87x57
la VII cm. 87x57
Alcune (la I, la II, la V, la VI e la VII) sono scritte
nelle due facciate, mentre la III e la IV sono scritte in una sola. Alcune (la I a/b,
la II a/b, la III, la IV, la V a, e parte della b) sono scritte in caratteri derivati
dall'etrusco, quando Gubbio ad un certo momento si inserì nella cultura etrusca, e
sono databili tra il 200 e il 120 a.C. Le altre (la V b in parte, la VI a/b, la VII a/b)
sono in caratteri latini, quando Gubbio subì l'influenza di Roma, e sono databili tra
il 150 e il 70 a.C.. Alcune scritte sono leggibili da destra a sinistra.
Le Tavole Eugubine contengono la descrizione dei riti religiosi che in occasione delle
feste, le Bimestrali e le Cereali, dovevano essere seguiti con un particolare cerimoniale.
Da questo lunghissimo testo poi apprendiamo notizie fondamentali per la storia eugubina,
raggruppabili in due capitoli:
Il culto religioso a Gubbio
La struttura sociale e il territorio di Gubbio.
Riportiamo qui sotto la Tavola V in cui si evidenzia la scritta CLAVERNIUR